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Fin dal 1990 la ICHC (Conferenza Internazionale sulla Storia del Ciclismo) si riunisce ogni anno in un paese differente (nel 2001 fu ospitata nei pressi di San Remo) con lo scopo di offrire un spazio per condividere idee e risultati di ricerche scientifiche sulla storia della bicicletta e del ciclismo. La ICHC ha permesso di riconciliare molte delle idee riguardanti la storia della bicicletta, che erano state per la maggior parte sbagliate ed influenzate da nazionalismi, smontando così alcuni miti sviluppatisi intorno alla sua nascita. La ICHC non fa più distinzione tra una prima "vera" bicicletta a pedali e qualsiasi suo precursore, come sua nascita infatti considera l'applicazione del principio del veicolo a due ruote che è la base del ciclismo (e del motociclismo). Quando nacquero i velocipedi a pedali già erano trascorsi cinquanta anni di storia di veicoli a due ruote. Il termine “bicicletta” nacque in Francia verso la fine degli anni 1860 e rimpiazzò il termine "velocipede" dal modello della High Bicycle in poi.
Nel tracciarne la storia è necessario tener conto del fatto che le invenzioni applicate alla bicicletta che hanno avuto successo, di rado sono state il frutto dell'idea di una persona; piuttosto sono state il risultato di precedenti idee ed esperimenti per cui difficilmente è possibile associare ad un determinato progetto una precisa data storica ed un particolare inventore. Molti validi prototipi furono abbandonati per essere recuperati solo molti anni più tardi. In qualche caso è stato messo in discussione il valore storico di alcune invenzioni perché esse ottennero importanza solo a dopo: infatti invece di rappresentare un punto di svolta inequivocabile nella storia della bicicletta, la loro innovazione fu presto dimenticata senza poter lasciare un segno permanente. Tutto ciò ha contribuito a generare controversie nel sapere chi fosse il vero inventore e nella data di nascita della bicicletta.
Numerose sono le rivendicazioni iniziali per l'invenzione della bicicletta come
veicolo. Sembra piuttosto probabile comunque che tutte le presunte invenzioni
antecedenti quella brevettata
da Karl
Drais nel 1818
(Draisine)
siano solamente ipotetiche.
Si racconta che il Conte Mede de Sivrac avesse sviluppato un veicolo a due ruote, chiamato celerifero nel 1791, di cui diede dimostrazione al Palais Royal a Parigi. Il celerifero aveva due ruote fissate su un telaio di legno ed era privo di sterzo, con il controllo della direzione limitato a ciò che era ottenibile dall'inclinazione del corpo. Il conducente sedeva a cavalcioni della macchina e si spingeva in avanti con l'uso alternato dei piedi, camminando perciò da seduto. Questi veicoli erano considerati però solo come dei passatempi alla moda più che dei mezzi di trasporto. Sembra piuttosto che questa storia sia stata creata dallo storico Baudry de Saunier nel 1891 e da allora ripresa erroneamente da altri autori.
Rivendicazioni più datate e meno attendibili fanno risalire l'invenzione della bicicletta ad un disegno trovato all'interno del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci ma anche ad una illustrazione scoperta su una finestra di una chiesa del paese di Stoke Poges (Backinghamshire, Inghilterra) installata nel XVI secolo e raffigurante un angelo sopra un attrezzo che è stato riconosciuto da alcuni come prototipo del modello hobby horse. Invece si ritiene più probabile considerarlo un congegno ad una sola ruota che spesso si associava, nell'iconografia medievale, a cherubini e serafini.
L'origine della prima bicicletta effettivamente utilizzata è da attribuirsi al barone Karl von Drais, un impiegato statale del Gran Ducato di Baden in Germania. Karl Drais inventò la sua Laufmachine (macchina da corsa) nel 1817 che fu chiamata dalla stampa draisine (o anche draisienne, in Italia draisina) e più tardi velocipede. Il maggiore miglioramento in questo progetto era l'aggiunta dello sterzo. Si dice che il suo interesse nel trovare un'alternativa all'uso del cavallo fosse dovuto all'inedia e alle frequenti morti dei cavalli causate dall'insufficienza dei raccolti del 1816 (il cosiddetto anno senza estate a seguito dell'eruzione vulcanica del Monte Tambora sull'isola Sumbawa – nell'attuale Indonesia - avvenuta tra il 5 ed il 15 aprile del 1815).
Nel suo primo documentato viaggio da Mannheim, il 12 giugno 1817, coprì la distanza di 13 chilometri (8 miglia) in meno di un'ora. La draisina di legno pesava 22 chili (48 libbre), aveva boccole d'ottone all'interno dei cuscinetti della ruota, un freno posteriore e 152 millimetri (6 pollici) di avancorsa della ruota anteriore per ottenere un effetto auto-stabilizzante (effetto castor). La draisina era spinta in avanti facendo pressione per terra con i piedi e né Drais né alcun meccanico altrove fecero alcun tentativo per allontanare i piedi dalla sicurezza del terreno per farli poggiare su pedali, che furono aggiunti circa quarant'anni dopo; a quel tempo non era praticamente possibile trascurare il bisogno del mantenimento dell'equilibro: solo pochi giovani uomini erano allora capaci di pattinaggio su ghiaccio.
Questo progetto innescò una moda diffusa ma di breve durata. Molte migliaia di copie furono costruite ed usate dappertutto e ciò viene considerato come l'origine del trasporto personale senza uso di cavalli. In Gran Bretagna la versione inglese della draisina fu introdotta da Denis Johnson come il "calessino per pedoni". Ma già a partire dall'autunno 1817, con l'arrivo del buon raccolto, in molte parti del mondo (come Mannheim, Milano, Londra, New York e persino Calcutta) si iniziò a vietare l'uso dei velocipedi sulle strade laterali (da cui il nomignolo di hobby horse, non potendo usare le carreggiate riservate alle carrozze). Questo, il trionfo dell'imminente ferrovia e la paura per l'equilibrio furono i possibili motivi che bloccarono ulteriori sviluppi del velocipede per i successivi 50 anni. I meccanici ora costruivano velocipedi in ferro, guidati tramite manubrio o pedali, a tre o quattro ruote per dare stabilità, ma con una più elevata resistenza al rotolamento. Wiliam Sawyer fu un produttore di successo dell'epoca con esportazioni in tutto il mondo.
I velocipedi degli anni 1860
Il
velocipede ebbe una rinascita a Parigi verso la fine degli anni 1860.
Costituito da una ruota anteriore di diametro leggermente maggiore a cui erano
ora connessi pedivelle e pedali, era chiamato le velocipede bicycle da
cui il termine biciclo, ma venne soprannominato anche boneshaker (scuotiossa)
a causa della struttura delle ruote: in legno rivestite di ferro (non era ancora
stato introdotto il
copertone pneumatico) dovevano vibrare in modo spaventoso durante la corsa.
L'avvento della boneshaker fu preceduto dall'improvvisa popolarità del
pattinaggio a rotelle quando si iniziarono ad aprire le piste di
pattinaggio. Coloro che riuscivano a cavarsela con i
pattini ai piedi non avvertirono più la paura di montare su un velocipede
con i piedi staccati da terra e poggiati sui pedali.
L'origine dell'idea della boneshaker è tutt'ora una questione aperta
all'interno della ICHC, ma si è al momento d'accordo nel ritenere il 1864 come il
primissimo anno della sua comparsa a Parigi. C'è chi sostiene le rivendicazioni
per il modello di Ernest Michaux e dell'emigrato Pierre Lallement, che ottenne
un brevetto negli
USA nel 1866,
chi quelle per il modello a pedalata posteriore di Alexandre Lefebvre.
I nuovi viali di Parigi pavimentati a macadam (un
tipo di tecnica di costruzione stradale inventata da John L. McAdam che
consisteva di alcuni strati di sassi consolidati e livellati tramite compressore
e dotata di canali di scolo laterali) avevano semplificato l'andare in
velocipede, sebbene, imitando la tecnologia delle carrozze per la costruzione di
massicci telai d'acciaio,
il peso era raddoppiato a quasi 45 chili (100 libre). Un ulteriore comodità fu
portata con l'introduzione di copertoni di
gomma solida e del primo
cuscinetto a sfere.
Il numero delle invenzioni e dei brevetti sali rapidamente, specialmente negli
USA: un ex curatore del Museo della Bicicletta d'America, Jim Hurd, riferì che
all'alba del nuovo secolo, a
Washington, due edifici erano dedicati a custodire qualsiasi tipo di
brevetto americano. Uno di questi era stato interamente riservato solamente ai
brevetti sulla bicicletta.
Necessitano una menzione anche i primi tentativi di introdurre la trazione
posteriore per superare gli svantaggi di quella anteriore (la difficoltà nel
mantenere la pedalata mentre si sterza e la velocità limitata), anche se
dovranno passare altri 40 anni prima che questa si affermi definitivamente
diventando d'uso comune. Furono pubblicati numerosi progetti tra cui quello già
menzionato di A. Lefebvre. Qualcuno faceva uso di una catena, altri, come il
velocipede di Thomas McCall del 1869, di aste e
pedivelle. Anche a Kirkpatrick MacMillan, un fabbro scozzese, viene attribuito
un progetto del 1839
di un velocipede a trazione posteriore ottenuta usando delle pedaliere fissate
frontalmente che trasmettevano la potenza alla ruota posteriore tramite delle
aste (una copia di questo modello è esposto al Museo delle Scienze di Londra).
La similitudine tra il progetto di McCall e McMillan è stata in passato oggetto
di una controversia sull'attribuzione dell'idea originale.
Le High Bicycle
La High Bicycle (Bicicletta Alta, ma in italiano è anche conosciuta come “Gran Bi”) fu la logica estensione del progetto della boneshaker: la ruota anteriore venne enormemente ingrandita fino al limite della misura interna della gamba del ciclista (più larga era la ruota più lontano si andava con una sola pedalata), quella posteriore fu accorciata ed il telaio reso più leggero. Eugene Meyer viene ora considerato il padre della High Bicycle dalla ICHC al posto di James Starley. Nel 1869 Meyer inventò le ruote con i raggi (riducendo sensibilmente il loro peso) e produsse un bel modello di High Bicycle fino agli anni 1880.
James Starley a Coventry
aggiunse i raggi tangenti (offrono maggiore stabilità e resistenza alla ruota di
quelli radiali) e lo scalino di monta alla sua famosa versione di High
Bicycle chiamata Ariel o anche Ordinary (Ordinaria). Egli è
giustamente considerato come il padre dell'industria
ciclistica inglese, che arrivò a primeggiare in tutto il mondo, con i centri di
produzione concentrati a Coventry, Birmingham
e
Manchester. I cuscinetti a sfere, i copertoni solidi e i telai di acciaio a
sezione cava divennero degli standard. A
seconda della lunghezza della gamba del ciclista, la ruota anteriore ora poteva
raggiungere un
diametro fino a 1,5 metri (60 pollici). Tanto che in Inghilterra queste
Ordinarie erano chiamate anche Penny Farthing in quanto la ruota
anteriore più grande era rappresentata dal grossa moneta del penny e la
posteriore da quella molto più piccola del farthing. Erano perciò più
veloci ma anche insicure.

Il ciclista si trovava con il
baricentro molto distante da terra, accovacciato in modo precario sopra la
ruota anteriore. Potendo ora raggiungere velocità elevate, anche una piccola
asperità del terreno poteva portare come risultato ad una caduta in avanti
procurandogli gravi lesioni o perfino la morte. "Cadere in avanti di testa" era
un termine frequentemente usato senza accezioni umoristiche per descrivere
questo abituale problema. La natura pericolosa di queste biciclette significò
che il loro uso venne riservato ai giovani uomini avventurosi, rendendole poco
attraenti per il grande pubblico. La bicicletta americana Star era
derivata da una Ordinaria invertendo l'ordine delle due ruote: ora però c'era il
pericolo di cadere all'indietro quando si correva in salita.
Le persone più anziane e le donne preferivano invece i più stabili tricicli o
quadricicli, come per esempio il Salvo Quadricycle di Starley, rinominato
Royal Salvo in onore della
Regina Vittoria che ne usava uno.
Negli
Stati Uniti fu Alexander Pope di
Boston che monopolizzò la produzione delle Ordinarie dal 1876 e fu promotore
del "movimento per le buone strade" (Good Roads Movement) così chiamato
perché si batteva per il miglioramento delle condizioni di viabilità delle
strade.
Le Safety Bicycle
tentativi di rendere la bicicletta più sicura e di ridurre la dimensione
della ruota anteriore portarono alla fine ad un radicale cambiamento della sua
ergonomia. John Kemp Starley, nipote di James, lanciò la moda a livello mondiale
con l'introduzione nel
1885 della Rover dotata di ruote di uguale grandezza (di 36 pollici,
ancora una misura standard), di trazione posteriore mediante l'uso di catena con
demoltiplica (per una maggiore efficienza
di pedalata) e di un telaio con la configurazione "a diamante" con il ciclista
seduto nel mezzo per un miglior bilanciamento, come nelle moderne biciclette.
Negli Stati Uniti la versione di A. Pope della safety bicycle fu chiamata
Columbia; egli tentò di nuovo di monopolizzare il mercato introducendo la
sua Columbia Chainless con trazione ad albero.
Nel frattempo la re-invenzione nel 1888 del copertone
pneumatico ad opera di
John Boyd Dunlop rese le corse in bicicletta molto più dolci. L'immigrato
Adolph Schoeninger di Chicago con
la sua azienda Western Wheel Works divenne il “Ford della bicicletta”
(dieci anni prima di Henry Ford)
perché, con l'uso dello stampaggio di lamiera e la produzione in serie, rese le
sue biciclette Crescent accessibili ai lavoratori.
All'inizio del XX secolo,
la bicicletta era diventato un importante mezzo di trasporto e negli Stati Uniti
una forma sempre più popolare di svago. Club ciclistici per uomini e donne
spuntarono in tutta la nazione. Ad ogni modo l'attività ciclistica subì un
rallentamento fino a virtualmente cessare verso la metà del secolo, quando le
automobili divennero il mezzo preferito di trasporto.
Tuttavia le biciclette continuarono ad evolversi per soddisfare i mutati bisogni
dei conducenti. Alla metà del secolo esistevano due predominanti modelli di
bicicletta per il ciclismo ricreativo sia in Europa che in
Nord America. Bici pesanti, dotate di copertoni a sezione tonda, freni a
contropedale e solo una marcia, erano popolari per brevi tragitti su superfici
in maggioranza piatte. Bici leggere, con freni al manubrio, copertoni più
sottili ed un sistema di cambio al mozzo a tre velocità furono sviluppate in
Europa e divennero popolari negli Stati Uniti verso la fine degli anni 1950.
Queste confortevoli, pratiche biciclette di solito offrivano dei fanali frontali
a dinamo, catarifrangenti di sicurezza, cavalletti e pompe montate sul telaio.
Biciclette da corsa, da montagna e ibride
Alla fine degli anni 1960, stimolato dalla crescente consapevolezza degli americani del valore dell'esercizio fisico, l'uso della bicicletta godette di una nuova popolarità. Le vendite raddoppiarono tra il 1960 ed il 1970, e raddoppiarono di nuovo tra il 1970 ed il 1972. La maggior parte delle biciclette vendute erano quelle da corsa. Queste bici più leggere, a lungo usate da ciclisti impegnati e da professionisti, erano dotate di manubri ricurvi, deragliatori da 5 a 15 velocità, ed un sellino più stretto, ma di solito non offrivano nessun altro accessorio extra, come il carter e i parafanghi che si trovavano nei loro predecessori. Alla fine degli anni 1980 le bici da corsa dominavano il mercato del Nord America, e aziende quali la Schwinn, che aveva continuato a produrre soprattutto i vecchi modelli di bici, uscirono dal mercato.
Le mountain bike (bici da montagna, ma anche rampichini) apparvero negli scaffali dei distributori verso la fine degli anni ottanta, quando l'evoluzione del ciclismo fuori strada e di altri sport estremi ne stimolò la popolarità. Queste bici presentavano telai più robusti, sospensioni più complesse, e la presa sul manubrio orientata in direzione perpendicolare all'asse della bicicletta per permettere al ciclista di resistere agli sbalzi in avanti durante le corse sui pendii sassosi. Nel 2000 le loro vendite avevano superato di molto quelle delle bici da corsa, che da allora sono usate solo da ciclisti su strada per le lunghe distanze. Gli anni recenti hanno visto in Nord America un reazione del consumatore, dato che i ciclisti occasionali hanno mostrato insoddisfazione sia per le pesanti mountain bike sia per i più fragili e qualche volta scomodi predecessori da corsa. I produttori hanno risposto con un ibrido, combinando il meglio dei due modelli così e operando decisamente un ritorno alle biciclette leggere degli anni sessanta, sebbene con una più ampia selezione di marce e senza tutti gli accessori presenti nei modelli più vecchi. Durante tutti questi anni di cambiamenti nel ciclismo americano, i ciclisti europei, meno attenti alla moda, sono rimasti molto attaccati ai loro modelli confortevoli e leggeri, dotati di pratici accessori e di affidabili sistemi di cambio al mozzo posteriore.